L’arte del manifesto (parte 2)

Nella prima parte abbiamo lasciato l’arte del manifesto nelle mani di artisti dalla spiccata sensibilità visiva come Bonnard, Bruant e Lautrec.
Riprendiamo il nostro racconto virando verso l’area tedesco-austriaca, dove da una parte lo Jugendstil e dall’altra la Secessione la facevano da padroni.
La convergenza di esperienze articolate intorno a una comune ideologia progettuale portò qui la grafica ad assumere connotazioni tendenzialmente architettoniche e geometrizzanti, che fecero del manifesto uno schema spaziale rigorosamente strutturato.

L’AEG ne è un esempio emblematico: Peter Behrens (del quale un giorno sicuramente approfondiremo) si inventò un opera grafica perfettamente fedele alle griglie da lui predisposte, il linearismo di fondo compone figurazioni di natura astrattamente geometrica.

Più inclini al decorativismo, ma ugualmente fedeli al disegno architettonico, sono i manifesti prodotti da Joseph Maria Olbrich e da Ferdinand Andri per la XXVI mostra della Secessione; mentre quello ideato da Joseph Hoffmann per la Wiener Werkståtte costituisce la dichiarazione di una precisa filosofia progettuale.

Il sinuoso linearismo liberty riprese vigore in Belgio, dove la produzione venne fortemente influenzata da una cultura artistica moderna. Protagonisti di queste attività furono artisti come James Ensor e Theo van Rysselberghe, architetti come Victor Horta e disegnatori come Fernand Khnopff. Essi ebbero confronti diretti durante la IV esposizione della “Libre Esthètique” del 1897 dove il protagonista era appunto il manifesto.